












India

Da tempo si fa sempre più viva nella nostra mente l’idea di visitare un ambiente molto diverso da quello a cui ci siamo abituati finora, sappiamo che l’India offre anche molte rocce (materia prima per i nostri viaggi), così ora rimane solo più da decidere la meta esatta. Dopo il famoso video di Josh Lowell “Pilgrimage” l’idea diventa certezza e sistemato la problematica dei visti, ottenuti due giorni prima, finalmente io, Stella e Michele Francia partiamo: destinazione Hampi, meta già famosa di pellegrinaggio per turisti e locali.

Arriviamo alle cinque del mattino a Bangalore, poco più a sud del paese di Hospet, riferimento per raggiungere la nostra immensa area blocchi.
In poco tempo ci troviamo fuori dall’aeroporto, cerchiamo subito in affitto una macchina con autista, (qui si usano spesso taxi anche per distanze più lunghe), contrattiamo il prezzo com’è di usanza e partiamo. Spendiamo 7.800 rupie che corrispondono a circa 128 euro per percorrere più o meno 380 km. Da noi sarebbe una cosa impensabile, il prezzo sarebbe molto più alto.
L’autista prima di partire osserva incuriosito i nostri due crashpads e con l’aiuto di un altro ragazzo cerca di fissarli sul portapacchi nel tetto della macchina impiegando non meno di 20 minuti.
La distanza da percorrere non è lunghissima, convinto che ci vogliano poche ore chiedo all’autista quanto tempo impiegheremo e deciso lui risponde: 10 ore. ???!!!???, “sorry how far is Hospet?” (gli chiedo), “circa 400 km mi risponde”, ??!!??, non dico niente, penso: o si sbaglia, oppure le strade sono molto diverse dalle nostre.
La risposta mi arriva velocemente, impieghiamo un’ora e mezza per uscire da Bangalore, in un traffico che non ho mai visto, con polvere, capre, mucche, moto, camion e gente ovunque in ogni punto della strada.
L’autista abituato rimane impassibile, accelera e inchioda continuamente senza fiatare.
Usciti dalla città la strada sale dritta su al nord per Hospet, continue possibili aree blocchi appaiono ovunque, si vedono centinaia di massi sbucare in ogni angolo, cerchiamo di rimanere tutti e tre svegli per vedere il più possibile, per osservare un angolo nuovo di mondo ma siamo troppo stanchi, inevitabilmente cediamo poco dopo.
Al risveglio, vediamo centinaia di pale eoliche, camion carichi di gente su grossi rimorchi, siamo in piena ora lavorativa e il traffico è sempre più in aumento, anche fuori dalle città. Percorriamo strade strette, che attraversano piccoli paesi costruiti su baracche di lamiera e amianto.
Ci fermiamo a fare rifornimento alla stazione di benzina, l’autista scende e incomincia a chiacchierare con tutti, a un certo momento osserva ancora i nostri crash pads e non convinto chiama un altro per rilegarli nuovamente, impiegando altri 20 minuti buoni. Dopo quasi 40 minuti con il pieno fatto ripartiamo.

Guardo l’orologio, sono passate 5 ore, finalmente incominciano ad apparire indicazioni per Hospet, penso che manchi poco ormai, ma la strada incomincia a c
ambiare, incontriamo sempre più tratti sterrati con buchi nel fango giganteschi. Tantissime volte procediamo a passo d’uomo tra trattori e capre che occupano la strada, fa un caldo pazzesco dentro la macchina, l’autista tiene giustamente il finestrino aperto lungo tutto il viaggio ma diventa difficile respirare per la troppa polvere.
Arriviamo a Hospet, distrutti, 13 km ancora e ci siamo, attraversiamo il paese, non so se siamo in centro o in periferia ma si presenta incredibilmente sporco, montagne di spazzatura ovunque con cani randagi che cercano cibo, caotica, rumorosa, animali in mezzo alla strada, moto, camion, risciò (Api Piaggio adattate per portare gente), polvere e odori di ogni genere. Devo ammettere che “l’impatto” iniziale è sicuramente molto forte, non ci aspettiamo uno stile di vita così.
Ci sono pochissime indicazioni stradali, l’autista impassibile continua a fermarsi per chiedere come arrivare al paese di Hampi, la risposta è sempre la stessa: Hampì-Hampì? Striit on de rota!!! (Hampi? Go straight on the route).
Sette ore e mezza di macchina e finalmente arriviamo, sono spaccato, con nausea per le infinite accelerate e inchiodate. Esco dalla macchina, ci sono almeno 35 gradi e mi accorgo che siamo tutti completamente ricoperti di polvere a causa dei finestrini aperti lungo tutto il viaggio.

Mi volto e vedo un’incredibile quantità di blocchi di granito, saranno milioni, misti a templi di ogni dimensione. Tre persone arrivano immediatamente (come succederà per tutta la nostra permanenza qui) e incominciano a chiederci Risciò? Room to stay? Restaurant? intanto ci riempiono di biglietti da visita, contrattiamo il prezzo per portarci al di là del fiume, nella parte chiamata “Hampi island”, dove si trovano tutte le gest houses per turisti, ci portano e finalmente dopo circa 30 ore in totale di viaggio da Savona ad Hampi possiamo riposare.
Hampi ora è come divisa in due dal fiume Tungabhadra, occorre utilizzare una piccola barca ogni volta che si vuole raggiungere l’altra sponda, da un lato c’e Hampi bazar “vecchia” dove vivono i locali, dall’altra quella “nuova” con tutte le gest houses per turisti e ristoranti.
Il luogo è molto spartano, però confortevole, tutti sono molto gentili e disponibili.
La sera stessa del nostro arrivo nonostante la stanchezza ci concediamo un giro perlustrativo tra i blocchi più vicini, troviamo la prima magnesite sulle prese e una possibilità infinita di passaggi. Siamo intorno al famoso “Goan corner”, il ritrovo più vecchio e famoso per gli scalatori.
Ormai è sera, davanti a noi appare un tramonto rosa e rosso che si perde tra palme, templi e infinite colline di rocce. Incredibilmente bello e suggestivo.
Mangiamo nel ristorante più vicino, dove preparano praticamente di tutto, inoltre cucinano usando acqua filtrata per noi occidentali, così da tentare di limitare le intossicazioni allo stomaco. Sono molto premurosi e si mangia abbastanza bene.

I primi due giorni proviamo blocchi già liberati da altri per adattarci e orientarci in questa infinità di roccia, riconosciamo velocemente tante linee apparse nel video Pilgrimage, unico riferimento che abbiamo, ne trovo una strepitosa, (l’ultima del filmato), “The middle way”, una grossa pancia arancione appoggiata su di una base liscia, di gr
ado “ignoto”, (qui le difficoltà sono prese simpaticamente con molta elasticità) un ragazzo cecoslovacco incontrato per caso mi para super motivato, il sole mi è di lato, c’è un caldo assassino ma lo provo ugualmente, troppo bello. Il termometro indica 34 gradi.
Le tacchette si rivelano subito taglienti e con questa temperatura la pelle non dura molto ma non mi importa, devo provarlo, tento due lanci, capisco la sequenza. Stella sale di fronte al masso pronta per il video, io aspetto un poco sperando che qualche nuvola magari voglia concedermi un po’ di ombra ma niente da fare. Pochi minuti dopo riparto, smagnesio bene e capisco che qui bisogna scalare velocemente se non ci si vuole trovare con le mani bagnatissime a metà blocco; parto, tre lanci secchi con i piedi quasi sempre per aria e arrivo in cima, bellissimo. I ragazzi che assistono urlano con me nel silenzio magico di questo posto, siamo tutti contenti.
Continuiamo a girare, Michele motivato salta da una palla di roccia all’altra senza preoccuparsi di cosa sta provando, segue il magnesio lasciato da altri, anche Stella vaga provando linee a caso.
Anche se si dovesse andare ad Hampi da soli non è difficile famigliarizzare con altri scalatori. Quando ti vedono provare qualcosa o vagare tra i massi si avvicinano cercando di inserirti nel loro gruppo è come fare parte tutti della stessa comunità. Ogni volta che viaggiamo ci accade spesso, è un bellissimo modo di vivere la scalata.

Gli arrampicatori qui giungono sempre più numerosi ogni anno, questa ormai è una meta più che affermata, infatti alla sera quando la temperatura diventa migliore ci s’incontra sui blocchi, e nel silenzio si sentono spessissimo urla di incitamento provenire da qualche parte.
La guida del posto di fatto non c’è ancora, hanno realizzato nel 2005 un elenco dei primi passaggi, l’area è talmente ampia che si capisce molto poco. La compriamo per solidarietà ma è già troppo vecchia, mancano tantissime linee, e ne escono continuamente di nuove, così dopo averla sfogliata la lascio in stanza.
Una linea bellissima è sicuramente “Surfer’s traverse” 7c. Ignari della sua esposizione al sole per quasi tutto il giorno, partiamo alle 10 del mattino super motivati e affascinati da questo traverso stupendo che segue una lunga tacca quasi fino in cima. Folli, perché dalle 10 in poi in questi giorni è meglio andare all’ombra, ci ritroviamo davanti al masso, nessuno pensa di andarsene, proviamo insieme due singoli e poi parto, il termometro indica 39 gradi.
Sulle prime prese mi convinco che forse è meglio provare in un altro momento ma pace, ormai ci sono e scalo, le mani si bagnano immediatamente, non ho la sacchetta con me dietro, me le asciugo sui pantaloni tra una presa e l’altra. Verso la fine mi gira la testa faccio due lanci e salto fuori dal masso, mi sento quasi mancare per il caldo, scendo di lato scalando e a fatica riesco a toccare le prese tanto sono calde. Michele poco dopo “collassa” dentro un piccolo canyon sotto il masso e sparisce per un’ora.

Capita la lezione, impariamo immediatamente che dobbiamo scalare al mattino presto dalle 7 alle 10 e nel pomeriggio dalle 3 alle 5.30 poco prima del buio, assolutamente all’ombra, pertanto la scalata va focalizzata in poche ore del giorno.
Non abbiamo capito bene quale sia il periodo migliore per non patire troppo il caldo, ci sono molti pareri ma discordi. Dicono che sia da novembre a febbraio, ma noi a novembre abbiamo trovato lungo…
Una mattina di riposo, andiamo nel “bazar“, la via principale, dove quasi tutti i venditori arrivano per chiederci se vogliamo comprare i loro prodotti, come: vestiti, mangiare, strumenti musicali e accessori vari. Tra due strette pareti di lamiera legate a dei paletti di legno c’è una donna che stira vestiti, con ancora il ferro da stiro a carbone, in tutti i negozi d’abbigliamento hanno macchine da cucire per riparare o modificare ogni cosa, inoltre sono velocissimi.
Qui i prodotti locali costano veramente nulla, pantaloni borse e maglie dai colori sgargianti si comprano insieme per pochi euro.
Camminando a piedi lungo la strada incontriamo spesso gruppi di scolaretti con le loro uniformi che tornano da scuola, altre volte si trovano i Baba, santoni in gruppo che cercano turisti da cui farsi scattare delle foto, offrono la loro benedizione e subito dopo mostrano il prezzario per ognuno, circa 100 rupie a testa, (1,40€).
Proseguiamo il nostro giro fino ad arrivare al percorso indicato per raggiungere i templi e i diversi santuari. Ce ne sono circa 350, i più antichi t

ra questi edifici sacri risalgono al quattordicesimo secolo, una volta qui bisogna assolutamente vederli, sono splendidi. Una lunga scalinata sale su per la collina tra infinite rocce, piccole costruzioni incominciano ad apparire, si incontrano intanto venditori di oggetti in pietra e donne che ti chiedono di entrare nei luoghi di culto spiegandoti per pochi soldi la sua legenda.
Ogni tempio rappresenta una divinità diversa, come il Dio scimmia, oppure il cobra, l’elefante e molti altri, che spesso troviamo scolpite sulle colonne di questi magnifici monumenti.
Non bisogna aspettarsi nulla gratis, ogni spiegazione, ogni foto scattata è seguita da una richiesta di soldi. I turisti qui rappresentano una forte fonte di reddito, è comprensibile, ma dopo un po’ è stancante dover sempre contrattare il prezzo per ogni cosa.
Continuiamo fino ad arrivare al grande Achyuta Raya Temple che mostra scolpite sulle tantissime colonne che lo sostengono varie scene di vita tra cui molte posizioni erotiche, non capisco bene cosa facessero qui secoli fa, ma non si annoiavano di sicuro…
Il giro volendo è lunghissimo, si può camminare per giorni, continuando a scoprire templi diversi, noi ci fermiamo al fiume, poco dopo arriva un ragazzo giovanissimo per portarci dall’altra sponda con una grossa cesta di legno intrecciato, incuriositi e dubbiosi sulla sua stabilità ci saliamo, è un modo caratteristico per sostituire la barca, la usano moltissimo per portare di tutto, oltre a starci almeno 6 persone, ci trasportano anche motorini, biciclette, ecc. Da provare.
Ovunque andiamo troviamo colline di blocchi a perdita d’occhio, così dopo i primi giorni su passaggi già liberati la nostra attenzione passa su rocce “nuove”, davanti a milioni di massi non è difficile trovarli, basta solo un poco di fantasia, la roccia è già pulita, bisogna stare solo attenti alle prese “vuote” che si rompono facilmente.

Prendiamo il risciò e ci facciamo portare in un settore nuovo accanto al grosso lago artificiale di Hampi, a 5 km da dove stiamo. Il posto è m
olto bello, soffia spesso vento, con questo caldo è più facile scalare se c’è un po’ d’aria, ci mettiamo d’accordo con il tizio perché ci venga a riprendere alle 18 in punto al parcheggio dell’area.
Saliamo per la collina trovando blocchi smagnesati da altri, insieme a tantissime linee mai scalate, deviamo a sinistra seguendo macigni giganteschi finché ci fermiamo in un angolo che nasconde una bella ed evidente grotta all’ombra con una linea centrale che prenderà il nome: “Black moon”, un lungo lancio a metà su tacchettine di 8a, con la possibilità di un sit-start più duro. Stella parte subito sul blocco più estetico, un “siluro” verticale in equilibrio, appoggiato su un bordo del precipizio, è talmente sulla soglia che sembra basti una spinta per mandarlo giù. Lo chiamiamo “A life of balance”, un 6c+ esteticissimo.
Ogni boulder si affaccia a piantagioni di banane e colline, c’è quasi sempre un fiume che separa le valli.
Michele tenta un traverso su piatti nuovo che chiamiamo “White moon”, due uscite, la prima su un mantle di 6c+, oppure se si continua per il bordo sempre più svaso diventa 7b, io un po’ per lo stile che prediligo e soprattutto per l’ombra tento la grotta.
Velocemente ci rendiamo conto che questa piccola piazzetta trovata per caso è infinitesimale rispetto alle dimensioni illimitate di questo posto, ci sono veramente tanti blocchi.
Il sole incomincia a scendere, segno che la luce durerà ancora poco, il tramonto lascia spazio al buio in pochissimo tempo, così frontalino alla mano scendiamo di corsa il s
entiero fino al parcheggio, e…..?? !! …… il tizio ci tira un pacco fenomenale non presentandosi all’appuntamento.
Ottimisti aspettiamo pensando che la puntualità forse non è cultura del posto ma invano, non arriva.
Ormai e buio, a fatica si vede la strada e con un frontalino solo, percorriamo a piedi 5 km con crash pads e borse, stanchissimi e accaldati. (Scopriamo giorni dopo che non si è presentato per scappare ad un controllo della Polizia locale, non abbiamo indagato sulle motivazioni…)
Attraversiamo un primo tratto completamente al buio sotto un cielo stellato stupendo e arriviamo ad un paesino poco illuminato, con persone del posto che corrono ovunque, sembra che tutti abbiano una gran fretta, bambini che tornano a casa, moto che giungono da ogni lato, mucche, capre, cani randagi ci passano accanto. Con il nostro materiale sulle spalle ci guardano increduli e curiosi ma senza dirci nulla, i bambini ci salutano, le donne preparano cena e ripongono all’interno tutti gli oggetti sparsi all’aperto durante il giorno. Il tratto più brutto è lungo il rettilineo finale con trattori che nel buio arrivavano veloci sfiorandoci ogni volta. Arriviamo in camera un’ora dopo tutti tre con le gambe distrutte. Non me l’aspettavo di certo questo ritorno, ma in fondo è stato interessante e istruttivo. Sono stanchissimo, sdraiato sul letto sotto la ventola che rimuove l’aria calda nella stanza, mi convinco che è stata una fortuna tornare a piedi, mi è piaciuto.
Arriviamo a cena affamatissimi, io forse un po’ troppo abitudinario continuo a mangiare lo stesso ottimo riso con verdure, Stella curiosa, prova qualsiasi cosa che sul menù ha un nome strano e Michele nella legge degli opposti si mantiene a metà scegliendo con cautela ogni pasto.
Nei ristoranti si incontrano spesso altri scalatori o viaggiatori che sono lontano da casa da mesi ormai, l’ambiente diventa familiare e la serata scivola via in modo piacevole con discorsi di altri luoghi e viaggi in giro per il mondo, ognuno con una sua storia interessante e una visione personale di esperienze vissute in questi posti così incredibilmente diversi dai nostri. Mi piace tantissimo ascoltarli, inoltre hanno una “luce” negli occhi che non vedevo più da tempo. Altre volte siamo trattenuti da “maghi” che cercano di affascinare i clienti facendo apparire uccelli da una cesta, non ci si annoia.
Molto probabilmente Hampi è il posto con la maggiore concentrazione di massi al mondo, si distribuiscono su varie colline a perdita d’occhio, l’unico problema è sicuramente il troppo caldo che rende difficile ogni tentativo di prestazione. Inoltre la roccia è molto aggressiva e non consente troppi giri.
Alla sera nei settori più frequentati arriva “cake man”, un uomo del posto con un sacchetto di stoffa contenente biscotti e torte, si è inventato un mestiere, al mattino prepara tanti tipi di dolci diversi, li ripone all’interno di bustine di carta e vaga per ore tra i blocchi cercando di venderli agli scalatori.
I pastori si fermano sempre a guardarci scalare, sembrano gente molto pacifica, riservata, stanno di lato in disparte, probabilmente si chiedono perché facciamo tanta fatica per provare a fare pochi metri di roccia, a volte gli chiedo se posso fotografarli e timidamente ma orgogliosi si mettono in posa. Gli mostro la foto sul retro della macchina e ogni volta mi rispondono con un sorriso che non gli piace, dopo un timido saluto vanno via con il loro gregge di capre.

La sera a cena Michele non parla, è sempre molto socievole e gli piace chiacchierare, ma questa volta non dice una parola, mangia due bocconi e alla fine si alza dicendo che non sta bene, sente fastidi allo stomaco e preferisce andare a dormire.
Passiamo a trovarlo dopo cena, busso ma non risponde.
Il giorno dopo mi dice che ha passato una notte d’inferno, nausea, febbre e tutti gli altri sintomi da intossicazione allo stomaco. Tutta la nostra prudenza nel mangiare non è servita a nulla…
Parlando con amici sloveni scopro che anche al Goan Corner c’è una ragazza con gli stessi disturbi, i local mi dicono che qui ad Hampi tante persone hanno questi problemi ma di stare tranquilli perché dura solo uno o due giorni.
Il mattino dopo io e Stella andiamo a scalare, intanto Michele riposa nella sua camera, giochiamo su linee nuove per un po’ ma al ritorno anche lei avverte i medesimi fastidi iniziali allo stomaco, uguale a cena e vive la stessa notte passata da Michele.
Il giorno seguente anche lei è distrutta, febbre oscillante intorno a 38.2, nausea, male allo stomaco e reni, debolissima rimane in camera.
Non abbiamo mangiato tutti le stesse cose, ma nel medesimo ristorante, così aspetto il mio turno.

Questo (a parte il caldo umido) è il lato negativo di Hampi, mangiamo e viviamo ogni giorno in un ambiente totalmente diverso dal nostro, sicuramente lo rende più intrigante ma a volte avvengono effetti negativi come questi. Il nostro corpo non è abituato ai cibi indiani e non abbiamo i loro anticorpi.
Non è detto che se si viene qui si hanno sicuramente problemi fisici, conosco molte persone che sono state benissimo mangiando qualsiasi cosa, è molto personale, ma in questi luoghi la mancanza di igiene è evidente, sicuramente è più probabile per noi contrarre infezioni batteriche.
Dopo due giorni Michele si riprende, è ancora debole e preferisce non scalare ancora, così andiamo insieme a comprare dei pantaloni e una particolare coperta indiana da portare a casa, nel frattempo pianifichiamo i giorni rimanenti.
Il caldo non cessa, non c’e verso, le speranze ricadono solo su qualche nuvoletta che copre il sole.
Intanto Stella rimane in camera ancora debole.
La mattina seguente mi dice di sentirsi molto meglio, ottimo, chiacchiero con lei sui blocchi che si possono provare verso sera, quando all’improvviso sento un guaito provenire da dietro il bagno, dalla parte di un campo con mucche che vivono lì.
Guardo attraverso la finestra e vedo due ragazzini che uccidono un cane a bastonate.

Un adulto accanto li osserva senza parlare, sono tutti seri, non credo lo facciano per divertimento.
Quello è lo stesso cane che da dieci giorni che sono qui li aiuta a tenere le mucche, lo riconosco.
Perché lo uccidete? Cos’è successo per compiere una cosa così brutta? Un colpo a turno di quei ragazzi per farlo morire, finché pochi minuti dopo da agonizzante smette di muoversi. Velocemente prendono due legni e lo portano via.
Continue domande mi vengono in mente, non riesco a togliermi la scena dagli occhi. Stava male a tal punto da sopprimerlo? Meritava comunque di morire in quel modo? Se volevano sbarazzarsi di lui non bastava portarlo altrove e lasciarlo insieme ad altri cani come si vedono spesso qui, vivere tra la spazzatura? Non conosco a fondo questa gente e la loro cultura, quindi non mi permetto di azzardare un’opinione, ma le domande sono più che legittime.
L’ultimo pensiero su cui rifletto è come avrà interpretato la sua morte quel cane, dopo aver servito quelle persone finché c’era bisogno, instaurato un rapporto, anche magari limitato o superficiale, mi chiedo cosa si sarà chiesto quando li ha visti rivoltarsi contro per ucciderlo in un modo così orribile.
Quando ritorno in camera Stella mi vede diverso, e mi chiede cosa sia accaduto, ma non riesco a dirglielo, ama troppo gli animali per spiegarle quello che ho visto.
Le rispondo solo che l’uomo è un essere davvero strano.
E’ innegabile che l’ambiente sia bellissimo, anche la loro cultura appare affascinante, ma sembra presenti moltissimi estremismi: è sporchissimo, c’è spazzatura sulle strade, intorno alle case, quantità incredibile intorno ai templi. Nel tempio di Virupaksha ti chiedono di togliere le scarpe prima di entrare, per rispetto del luogo in cui ti trovi, ottimo, ma i muri all’esterno dello stesso nascondono una discarica di rifiuti di ogni genere.
Tanti controsensi che non riesco a comprendere a fondo. Appare un popolo all’inseguimento del progresso ma non sembrano ancora pronti, da un lato si trovano pale eoliche per la produzione di energia elettrica, e dall’altra gente che vive nelle tende o nelle baracche di lato le strade, quasi tutte hanno la televisione ma non mobili, letti o cucine, alcuni mangiano in mezzo alla terra, tanti vivono accanto a montagne di spazzatura ma poi curano i loro giardinetti, e si lavano ogni mattina nel fiume, hanno internet velocissimo, ma la corrente si interrompe molto spesso. Credo che sia troppo diversa la nostra cultura per comprendere a fondo la loro in tre sole settimane che stiamo qui.
Una mattina con Stella approfittiamo delle ore più fresche del mattino per farci un giro in riva al fiume.

Arrivati vediamo molta gente seduta sulla grande scalinata di lato, sembra che aspettino qualcosa, il tempo di raggiungere l’altra sponda e vediamo arrivare un elefante. Non mi è mai capitato di vederne uno, non nego che è un’emozione molto forte, lentamente scende la scalinata e si butta in acqua per il bagno mattutino.
Una turista chiede al ragazzo che lo porta se può essere d’aiuto per lavarlo, l’animale dopo essersi immerso si sdraia di lato per farsi lavare con le spazzole. Siamo tutti curiosi, la turista si avvicina lentamente, l’elefante sembra un po’ spaventato, poi quando vede che si dimostra molto affettuosa si lascia grattare l’enorme corpo con la spazzola.
E’ faticoso, (è come pulire un grosso blocco dal muschio), senza fermarsi in due lo spazzolano e risciacquano ripetutamente, faccio foto mentre Stella riprende tutto.
Al cucciolone sembra piacere, si gira dall’altro lato per ricominciare finché dopo circa 1 ora e 15 minuti il suo accompagnatore ci sale sopra e lentamente si allontana.
Bello, andiamo via contenti di aver assistito a questa scena, ci dirigiamo ancora una volta nel “bazar” e vediamo un tizio seduto di lato che suona un “flauto” particolare con due ceste davanti a sé.
Vede che mi avvicino curioso, apre velocemente le ceste facendo uscire due grossi cobra che appena in piedi aprono il collo mostrandosi alla gente.
In pochi secondi la folla arriva curiosa, sulla schiena hanno entrambi il disegno dei “due occhi” uniti dal semicerchio, sono bellissimi.

Il tizio dondola spesso la mano destra per attirare la loro attenzione su di lui, mostra molta sicurezza nei movimenti che compie. Appena i bambini più curiosi si avvicinano troppo con un gesto veloce li fa allontanare, pochi minuti dopo richiude le ceste e va via.
Incredibile, abbiamo visto animali così belli in una sola mattina, torniamo da Michele motivatissimi per raccontargli tutto. Intanto rifletto ancora sui cobra, mi vengono spontanee delle domande, ci sono cose che non mi convincono, chiedo spiegazione a un tedesco che scala qui già dal 1991, si chiama Hari, l’unico local boulderista che conosce il reale potenziale di Hampi. Trascorre molti giorni da solo tra i blocchi cercando linee nuove più pure, dormendo tra le rocce, (un personaggio assolutamente da conoscere), mi dice che i cobra sono animali protetti e il tizio ha compiuto un atto illegale tenendoli nelle ceste per mostrarli ai turisti, inoltre (cosa ancora più meschina) gli levano i denti per renderli inoffensivi. Ecco perché l’uomo non mostrava paura davanti a loro.
Un veloce pranzo e andiamo a scalare.
Questa volta andiamo nella parte alta del settore “Baba cafè”, Stella vuole provare uno spigolo stupendo famoso, si chiama “Two tap”, 7b, rimane quasi tutto il giorno all’ombra. Appena arriviamo un gruppo di scimmie ci osserva curioso. Scaliamo su questi due spigoli piatti, subito accanto c’è una bella sequenza di tacchette che sale dritta “Quality control” 7b+, Stella motivata prova tutto e velocemente ci spostiamo, purtroppo viene buio prestissimo e non possiamo fermarci a lungo, andiamo poco più sopra e risolvo la versione integrale di un blocco liberato in piedi da un francese pochi giorni prima “Crystal ball”. Michele intanto prova molti passaggi intorno, il sole sta già scendendo, ha fretta di mostrare i suoi bellissimi colori che mescolano le luci di queste colline rocciose con quelle dei templi ormai di rosa e rosso.
Frontalino alla mano e torniamo.
Questo è sicuramente un viaggio divertente ed educativo, ma prima di partire bisogna prepararsi a guardare il posto con altri occhi e lasciarsi indietro molta della nostra cultura. Su tante cose abbiamo da imparare, i bambini sono sempre sorridenti anche se non hanno nulla, giocano con le camere d’aria delle gomme da bicicletta facendole ruotare con un bastoncino, guidano bici molto più grandi di loro, ti prendono la mano se ti vedono occidentale e camminano con te ma senza allontanarsi troppo dalle loro mamme. Sembrano felici, e questo fa riflettere perché da noi tanti giovani non hanno più la stessa luce negli occhi.
Questo è un luogo economicamente povero ma nello stesso tempo è ricco di bellezze, la gente sembra serena, sono divertiti da noi stranieri che trascorriamo le giornate tentando di salire dei massi, ci chiedono spesso cosa facciamo lassù sulle colline, ma quando spieg
o dalla faccia che fanno non credo capiscano.
E’ un posto “magico” che va sicuramente visto, sia per scalare che per semplice “pellegrinaggio”, vedrete cose uniche che vi stupiranno, vi faranno riflettere sulle nostre diversità, alcune cose vi appariranno chiare e altre incomprensibili ma sicuramente questa piccola parte di India rimarrà dentro di voi per sempre.
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Scheda tecnica
- Hampi si trova nel Karnataka, nell’India del sud, a 13 km da Hospet.
- E’ possibile raggiungere Hampi, dall’aeroporto di Bombai o da Bangalore.
Da Bombai la soluzione più consigliata è scendere lungo la costa di notte con il treno o pullman fino a Goa, (meta turistica famosa), fermarsi uno o due giorni per poi proseguire a est per Hospet.
Da Bangalore, si sale per 380 km verso nord con pullman e treni notturni oppure con taxi.
- La vita è molto economica per noi occidentali.
- Arrivati al paese di Hampi, attraversare il fiume Tungabhadra per raggiungere le guest houses per turisti, si trovano in fila lungo l’unico viale principale parallelo al fiume.
C’è quasi sempre posto, spesso non occorre prenotare prima, se trovate occupato provate con quello successivo accanto.
Il più famoso tra gli scalatori è il Goan Corner, da dove è facile raggiungere a piedi i settori più famosi.
- I ristoranti sono tutti indicati e collegati alle guest houses.
- Merita assolutamente visitare il paese, da vedere i templi, sono bellissimi.
- Spesso i venditori inventano i prezzi sul momento e sono sempre gonfiati, togliete almeno il 30/40% di quello che vi chiedono.
- Nel settore accanto al bellissimo Virupaksha temple c’è spazzatura anche sotto i blocchi, attenzione alle bottiglie rotte di vetro, invece le altre aree esterne al paese frequentate solo dagli scalatori sono pulite.
- Dall’Europa consigliano di fare l’anti malarica, qui molti sostengono che non ce ne sia bisogno, noi non l’abbiamo fatta, è una scelta personale.
- Da portare medicinali per intossicazioni alimentari, igienizzanti e anti zanzare





