












Sardegna – Tra il mare e la terra

Quando Luca si è proposto di accompagnarci in Sardegna in barca a vela non mi sembrava vero, ero felicissimo, entusiasta all’idea di provare un’ esperienza nuova e stimolante come il Deep water. Non avevo mai tentato prima di quel momento, ogni cosa era nuova e tutta da scoprire, non aspettavo altro.
Così un po’ di e-mail, poche telefonate agli amici e qualche giorno per organizzare il viaggio. La partenza era prevista a
Sanremo con arrivo 30 ore dopo a Capo Caccia in Sardegna, vicino ad Alghero. A parte il cambio di programma di alcuni che all’ultimo momento non sono riusciti ad unirsi a noi, tutto è stato sistemato e riorganizzato alla perfezione. Siamo stati raggiunti da tre amici di Genova supermotivati che non vedevano l’ora di provare anche loro: Daniela, Guido e Davide. Irene invece è rimasta con noi fin dall’inizio come da programma.
Lo stimolo era al massimo, Luca e i ragazzi dell’equipaggio ci hanno regalato un’esperienza fantastica che non dimenticheremo mai.
Domenica pomeriggio motivati e saltellanti come molle ci presentiamo al porto Sole con una quantità di bagagli incalcolabile e tra dubbi e scommesse su dove li avremmo fatti stare finalmente partiamo. La barca si chiama “Martinez… impunito”, lunga 15 mt e larga 4,50, attrezzata di tutto, la ciurma è composta da quattro ragazzi: Luca, Antonella, Roberto e Pierce, tutti molto abili a governarla, con estrema facilità e totale sicurezza; ogni movimento e azione che fanno è svolta con assoluta precisione, sembra vivano così da sempre.

Il viaggio inizia subito stimolante, ci permettono di guidarla, di provare le virate e altre piccole cose, a turno tentiamo di mantenere la rotta osservando la bussola, ci spiegano che ogni cosa ha un nome specifico, e come in ogni disciplina e stile di vita che si rispetti anche un suo gergo, per noi al momento ancora incomprensibile, come: cazza la randa, addugliare la cima, mure a sinistra, issa il fiocco, e parole come: , puggiare, orzare, lascare, tuga, boma, la drizza, mezzomarinaio, giardinetto e mascone, e molte altre.
Un’ aspetto simpatico della vita in barca è quello superstizioso, praticando gare per anni ho visto spesso atleti con personali rituali propiziatori, ma qui battono tutti, ad esempio: è proibita qualsiasi cosa di colore viola per noi italiani e il verde per gli inglesi, poi, mai un ombrello aperto o chiuso in barca, la più simpatica rimane quella di non lasciare mai scarpe rovesciate per terra, (ricordano i morti annegati che galleggiano…), oppure non fischiare molto perché richiama il vento, e troppo non è bene, da vento a tempesta il salto e breve. Insomma le prime ore del viaggio sono state interessanti lezioni sulle abitudini dei marinai.
Questi ragazzi mi hanno colpito molto, tre di loro avevano in passato una vita totalmente diversa, un lavoro comune co

me la maggior parte delle persone che vivono in città, poi con il passare degli anni, le esperienze della vita li hanno spinti a ricercare qualcosa di d
iverso per sentirsi più appagati, così si sono lasciati tutto alle spalle, senza rimpianti, decidendo di vivere in barca, ed è così che le loro vite si sono incontrate. Da allora hanno continuato a condividere molte esperienze nuove insieme e se anche questo mestiere è duro e faticoso i loro sguardi trasmettono soddisfazio
ne e gioia nel vivere quello che il mare ha deciso per loro. Ci vuole coraggio per decisioni simili, ma sembrano davvero felici delle loro scelte.
Tra di loro c’è Pierce, un personaggio molto particolare e interessante: un osservatore, con gli occhi sempre vigili. Ha girato il mondo provando tutti i lavori possibili e di molti dei sui viaggi possiede un tatuaggio sul corpo come per voler trattenere i ricordi di quello che ha vissuto in ogni luogo lontano, trasformando se stesso nel libro della sua vita. Ogni disegno ha una sua storia profonda e per noi è un veropiacere ascoltarlo mentre ci racconta le sue esperienze, così la sera sotto un cielo stellato ci sediamo fuori sul “pozzetto” tutti intorno a lui e lasciandoci trasportare nel suo mondo.

Le ore trascorrono piacevoli scoprendo una “nuova realtà” del mare, perché questi ragazzi vivono sulle barche per m
olti giorni all’anno, portando i clienti in giro per il mondo, un lavoro splendido ma con grandi responsabilità sia per le persone che per l’ imbarcazione. Le luci del tramonto diventano subito calde e molto più luminose che sulla terra, tutto diventa rosa. Ci ritiriamo nei nostri scomparti cercando di dormire un po’ e cullati dal movimento ondulatorio della barca crolliamo tutti.
Purtroppo il vento si fa attendere, così siamo costretti a muoverci completamente a motore, questo limita un po’ la velocità, circa 6/7 nodi contro 10/12 nodi andando a vela con una buona aria.
Dal mattino dopo scopriamo subito Roberto e Antonella ottimi cuochi, pranzi e cene succulenti, sarà l’aria di mare ma mangiamo tutti come lupi, ad eccezione di Stella e Irene che a causa di un po’ di nausea hanno preferito digiunare per tutta la durata del viaggio (30 ore…). Nel pomeriggio raggiungiamo la costa della Corsica, saliamo sul gommone per riuscire ad avvicinarci meglio e vedere più da vicino se le pareti rocciose possono essere adatte al nostro scopo ma purtroppo sono belle solo da guardare, si mostrano immediatamente troppo friabili, dopo un breve giro torniamo sulla nostra Martinez e riprendiamo il viaggio.
Tra i racconti e battute di Pierce con botte e risposte di Davide e Guido che non la spuntano mai, un altro
giorno trascorre, e finalmente arriviamo. L’equipaggio per guadagnare tempo naviga anche la notte, così Luca nel mattino prestissimo raggiunge la costa di Capo Caccia, Davide stranamente già sveglio scende di corsa a svegliarmi, stiamo costeggiando una lunghissima parete a picco sul mare con qualsiasi stile di scalata e rocciaperfetta: calcare grigio con lunghe canne che scendono e strapiombi di ogni genere, ci siamo. Lui e Guido scalpitano e ripetono frasi sconnesse, che vista l’ora ancora non riesco a decifrare, ma alla vista di quello spettacolo non mi servono altre parole per comprendere che quello era il posto giusto. Ci trovavamo davanti ad una quantità infinita di possibili linee da scalare, su un’unica parete compatta, lunga per chilometri. Siamo arrivati.
Capo Caccia – Alghero
Una rapida colazione e saltiamo tutti sul gommone. Roberto ci porta per una prima perlustrazione, così costeggiamo alcuni lati di una piccola baia, un mare piatto, verde chiaro talmente pulito che sembra fatto d’aria. Ci scaldiamo su una paretina leggermente strapiombante con migliaia di buchetti e iniziamo la prima inevitabile fase delle cadute. L’acqua è ancora freddissima e una leggera brezza ci segue costante.
Il primo giorno del Deep water è sicuramente il momento più stimolante ma anche il più traumatico. La mente viene fregata dal fattore visivo, in funzione di dove ti trovi la caduta fa più o meno paura, così non si riesce più a focalizzare la scalata, si tirano solo le prese, sperando in parte che quella successiva sia migliore della precedente, si pensa continuamente al fattore “impatto sull’acqua”, ci si distrae per ogni cosa, ma è inevitabile, perché è il primo giorno, la prima volta. Se si vuole provare questo nuovo modo di affrontare l’arrampicata questa fase diventa ovvia. L’importante è non smettere subito, altrimenti rimane solo il ricordo dello “stress”.
La mente in modo inconscio si crea delle limitazioni per proteggerci. Ogni volta che proviamo una disciplina nuova, non conoscendo ancora i rischi ci si trova ad essere diffidenti e la paura diventa un ottimo freno, dobbiamo solo riconoscere e testare i rischi reali, allora tutto si trasforma in un bellissimo gioco.

Ci accorgiamo velocemente che rimanendo su certe altezze l’acqua non è affatto dura, anzi è un ottimo crash-pad che ti avvolge, l’importante è cadere dritti in piedi possibilmente a gambe chiuse (specie per i maschi). Continuiamo il nostro giro, affrontiamo ogni linea che ci sembra salibile, la roccia ovviamente essendo vergine, a volte si rompe e le canne sono solitamente molto polverose, così tra un tentativo e un altro a turno si fa un po’ di pulizia, con conseguente successiva caduta. Il gioco consiste nel tentare ripetutamente un percorso finché uno di noi scopre le prese per uscire su qualche cengia o raggiungere un’evidente ronchia che delimita la fine o in rari casi raggiungere la sommità, e comunque l’unica via di discesa rimane il salto. In pochissimo tempo allaghiamo totalmente il gommone di Roby che ci recupera ad ogni caduta, salendoci sopra totalmente bagnati lo riempiamo velocemente d’acqua, inzuppando tutto quello che c’è dentro, compresa la magnesite che si trasforma in una palpa inutilizzabile e quella liquida diventa l’unica soluzione. Il nuovo gioco è stimolante, come bambini continuiamo a cambiare linee, cercare prese e possibili passaggi ovunque.
Roberto, anche lui arrampicatore, dal gommone osserva il paretone ricercando nuovi passaggi mentre noi scaliamo. Intanto gli altri fermi sulle strette cenge vicino alle partenze studiano perplessi le possibili presenze di meduse. Spesso la corrente le avvicina alle pareti, raggruppandole nelle baie dove rimangono per ore intrappolate. Sono piccole e rossastre, non pericolose però molto orticanti in caso di contatto. Ir

ene è stata toccata per un attimo da una sola e si è ritrovata due segni spessi e dolorosi, tipo bruciature.
Fa freddo, c’è vento, non basta asciugarsi subito dopo il tuffo, così torniamo in barca per mangiare e riprenderci un poco. La costa rocciosa è lunghissima, è inutile limitarsi rimanendo sempre sulla stessa parete. Appena rigenerati il gioco riprende, ci spostiamoin funzione del sole fino ad arrivare sotto un muro strapiombante perfetto in tutto, fondale, cenge laterali abbastanza comode per asciugarsi e sole fino a tardi. A turno ognuno prova i percorsi che vede più fattibili, in totale armonia col posto, senza gradi, nomi, nulla, solo scalare. Il fatto che manchi la corda o crash-pad è la parte più bella di questa disciplina, l’obiettivo diventa estraniare totalmente la mente da tutto, liberarsi l’inconscio da ogni limite e rimanere soli con la roccia che in questo caso diventa l’anello di congiunzione tra i due “mondi”: il mare e la terra. Non ci serve altro. Penso sia questa la spiritualità e purezza del Deep water.
La sera arriva in un attimo, torniamo alla barca e lungo il breve tratto con il gommone osservo le facce di ognuno accese come lampadine, siamo tornati di nuovo motivati come bambini alle prese con il nuovo “gioco” dell’estate.
Il giorno dopo ci spostiamo con la barca, raggiungiamo una grotta impressionante, alta circa 15 metri, con un tetto iniziale alto 3 metri e lungo circa 10 mt. per poi uscire su una parete strapiombante piena di prese arrotondate dall’acqua e affacciata al mare, perfetta.
Appena avvicinati ci accorgiamo che la base è un tappeto di meduse, piccole ma ovunque. Nessuno osa partire per paura di caderci addosso, finché coraggiosamente Guido senza troppi dubbi fa da apri pista. Ci vestiamo con abbigliamento quasi invernale, pantaloni e maglia a maniche lunghe con colletto alto per limitare il contatto entrati in acqua. La scelta si mostra efficace, nessuno si brucia, ognuno prova le linee più spettacolari, con Guido e Davide tentiamo il tettone ma la fessura che l’attraversa a metà diventa molto svasa, inoltre il salino sempre presente sulle prese ci fa cadere ripetutamente, ma questo è parte del gioco, è divertente e siamo felici anche solo di provare.
Un gruppo di sommozzatori tedeschi ci osserva da un grosso gommone per qualche ora senza capire cosa stiamo facendo, ogni tanto azzardano un fischio o un applauso ma non comprendono la ragione delle nostre scalate. Si divertono a guardarci un po’ come novità e poi vanno via.
Dopo qualche ora probabilmente la corrente si intensifica, non so, ma arrivano un numero indefinibile di meduse, circa tre volte quelle che abbiamo trovato all’inizio, caderci sopra diventa troppo rischioso così decidiamo di abbandonare.
Nel tardo pomeriggio andiamo ad Alghero per fare rifornimenti di quello che manca e per camminare un po’ sulla terra ferma tra i bellissimi vicoli antichi che circondano il porto. Ognuno si fa un giro cercando quello che gli occorre, finché ci ritroviamo insieme alla sera per cenare raccontandoci l’emozioni vissute in questi primi giorni. Subito dopo come esercizio per una buona digestione torniamo nell’area pedonale del centro ad alimentare ancora un po’ il nostro spirito da bambini ritrovato, facendo un po’ di sano “Street boulder” ovunque fosse possibile, sugli alberi appena potati, sui pali stradali, muretti, fino a sera tardi. A volte è importante lasciarsi andare e uscire dagli schemi.
I pochi giorni rimanenti di scalata li dedichiamo alle pareti più vicino al porto, troviamo archi e strapiombi perfetti per il nostro scopo. Le meduse ormai ci tengono compagnia un po’ ovunque ma ci siamo quasi abituati, scaliamo comunque, esitando solo un po’ più a lungo nell’attimo in cui ci si lascia, consapevoli di finirci addosso…

L’equipaggio è divertito nel vederci vivere questa realtà nuova, ci incoraggiano dalla barca che spesso è ormeggiata mo
lto vicina per riuscire ad osservarci. Pierce ormai fisso sulla sua amaca ci guarda senza commentare, per giorni di convivenza non ha fatto osservazioni su questo stile diverso di arrampicare, chissà che idea si è fatto di questo sport e di noi che abbiamo bisogno di continue forti emozioni, peccato sarebbe stato interessante un suo punto di vista da esterno. Per gli altri dell’equipaggio è differente, perché scalano come noi e guardandoci hanno voluto provare anche loro.
Intanto Irene inventa a ripetizione linee nuove scalabili, noi la seguiamo senza sosta, il “gioco” non ci stanca mai, finché Roberto dopo aver contattato amici affidabili sul meteo, ci avvisa che è giunto il momento di tornare, è in arrivo una burrasca piuttosto seria, per evitarla dobbiamo andare via velocemente. Tutto il nostro “nuovo mondo” finisce in un attimo, però e stato bellissimo. Non finirò mai di ringraziare questi incredibili amici che ci hanno regalato un’esperienza unica, nuova, piena di continue e profonde emozioni.

Il viaggio del ritorno è un po’ più movimentato dell’andata, le onde preannunciate anche se ancora lievi incominciano ad arrivare, Pierce mostra i primi segni di cedimento davanti all’ennesima gara di scoregge tra Davide e Guido, due adulti che si comportano come ragazzini. Tentano ancora di togliere l’ultima parola alle battute di Pierce, ma invano, la loro esperienza di vita è ancora troppo limitata per confrontarsi con lui. Seduti sopra tutti noi ripensiamo a questi giorni vissuti, di amicizia, di continue sorprese, divertimento, e di crescita insieme. Grazie a tutti voi ragazzi, ho trascorso alcuni dei giorni più belli della mia vita.
DATI TECNICI
- Periodo migliore:
- da maggio a metà ottobre.
- Consigli utili:
- Porto più vicino: Alghero
- E’ più comodo scalare con pantaloncini corti.
- Portarsi diverse sacchette del magnesio dentro una custodia di nylon, oppure usarne una sola in tessuto plastico facilmente asciugabile, indispensabile la magnesite liquida.
- Portarsi due paia di scarpette, meglio se vecchie, considerare che con il salino la pelle secca e si rovinano.
- Munirsi di asciugamani dentro sacchetti di nylon.
- E’ assolutamente necessario un gommone per avvicinarsi alle pareti.




- Siti di riferimento per informazioni Deep water e falesie nei dintorni:
- Informazioni per traversate in barca:
Chiedere a Luca Fino: 347-2283978
Sito internet: www.flashvela.it
Porto Sole – Sanremo
Tel. 0184-532483