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foto Christian Core
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foto Stella Marchisio
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foto Roberto Bocchi
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Australia

Grampians National Park


Da molto tempo sogniamo questo viaggio, fantasticando spesso con amici, ma senza mai concretizzare. Poi all’ultima gara di Rovereto abbiamo incontrato l’australiano Chris Parsons, che si è fermato a guardare la finale prima di andare a Magic Wood.

Ci ha raccontato un po’ di dettagli, convincendoci a partire per il Grampians National Park.

Così chiamo Yuri Gadenz e Nives De Girardi, compagni di viaggio da sempre, che accettano subito. Non aspettavano altro.

Anche con scalo a Bangkok 24 ore di aereo sono tante. Dopo aver visto 5 films, finito il libro da leggere, ascoltato musica, mangiato e bevuto, studiato al dettaglio i corridoi dell’aereo e imparato a memoria tutti i cartellini sulle precauzioni durante il volo, non so veramente più cosa fare… Ma alla fine passano, e arriviamo a Melbourne, nel sud-est di questo immenso continente.

Le code in aeroporto passano velocissime, inoltre scopro con piacere che il tizio che controlla i passaporti parla molte lingue compreso l’italiano, è la prima volta che mi accade, in un attimo arrivano i bagagli e in pochissimo tempo siamo fuori.

E’ sera, appena presa la macchina in aeroporto ci accorgiamo che non ci sta il quarto crash-pad nel portabagagli, 1.000 tentativi ma non c’è verso, non è possibile farlo entrare. Yuri alza gli occhi al cielo e rimpiange il giorno che lo ha comprato, è convinto che gli porti sfiga ad ogni viaggio. Dopo tre anni dall’acquisto è ancora imballato perché succede sempre qualcosa che gli impedisce di usarlo. Il portapacchi non lo hanno, allora convinciamo la signorina che ci ha consegnato le chiavi a tenersi in ufficio per un mese un bestione alto un metro e venti, larghissimo, tutto avvolto come un sandwich; vabbè, speriamo tre bastino.

Sono già le 22.00 ora locale, andiamo dritti alla ricerca dell’albergo prenotato vicino all’ aeroporto senza pensarci troppo. Yuri e Nives seduti dietro sono inscatolati come sardine tra i bagagli, la guida è al contrario, (come in Inghilterra) tutti i comandi sono invertiti. E’ notte ormai, faccio fatica, ho gli occhi stanchi e la pioggerellina non mi aiuta, Stella di lato con una bozza di cartina mi indica la strada più breve attraverso un labirinto di vie e viuzze. Arrivati all’albergo il letto mi sembra la cosa più bella mai vista prima, crollo per 11 ore consecutive. Siamo tutti sfiniti.

Il giorno seguente ci alziamo tardi, con molta calma giriamo qualche ora per la città di Melbourne, che appare subito pulita e ordinata. Una metropoli con 3 milioni di abitanti dà l’impressione di essere quasi deserta. Arriviamo alla stazione centrale dei treni, pulita, un silenzio inverosimile, una mamma che gira con il passeggino, giovani che guardano cd musicali in vendita nei negozietti interni, tutto senza rompere il rispettoso silenzio. Mi guardo intorno incredulo, penso alla nostre stazioni principali italiane, alla stessa ora ti scontri continuamente con centinaia di persone che gridano e corrono dappertutto quasi come se fosse scoppiata una guerra civile.

I negozietti e bar caffetterie seguono le lunghe vie, tram e bus doppi lunghissimi, taxi ovunque che corrono avanti e indietro, però senza sembrare caotica. Andiamo a cercare in edicola le riviste d’arrampicata, per iniziare ad integrarci nel loro mondo scalatorio. Mangiamo qualcosa in un locale in centro e partiamo per i blocchi, mappa alla mano e via. Le strade sono larghe, ognuno guida rilassato, rispettando le regole stradali, così il viaggio diventa meno stancante.

Tre ore e mezza per arrivare, molti boschi, pappagalli di tutti i colori ci appaiono da ovunque, tanti piccoli paesini lungo il percorso che ricordano un po’ lo stile americano. Ogni cosa per noi è nuova, e il viaggio ci sembra breve, praterie con fattorie e animali dappertutto pecore, mucche ed emu. (un tipico struzzo australiano).

Arriviamo a destinazione. Nel campeggio prenotato dovremmo incontrarci con Chris Parsons e i suoi amici, partiti la mattina presto da Sidney, (10 ore di macchina per arrivare).

A parte due grossi pavoni che ci ignorano non c’è anima viva. Ormai è quasi sera e impazienti andiamo diretti a vedere il parco: direzione Mt Zero. Lungo la strada sterrata un simpatico saluto di ben arrivati ci viene dato da un gruppo di grossi canguri che ci osserva da distante, fantastici, finalmente li abbiamo visti.

Il parco è molto ampio, abbiamo poco tempo prima del buio, così andiamo nel primo parcheggio per dirigerci veloci alla famosa grotta chiamata “Hollow Mt. cave”, una

cava profonda 25 metri di tetto orizzontale, dove si trovano linee splendide, compreso il famoso traversone di Day Koyamada: “Wheel of life”.

Lungo il sentiero che risale la montagna rocciosa, stanco e sudato lascio la pesante macchina foto nascosta tra due pietre, grossissimo errore, arrivato in cima perdo la foto più bella della mia vita. E’ piovuto per pochi secondi, e nel cielo coperto di nuvole viola fino all’orizzonte, all’arrivo degli ultimi raggi di sole si accendono due bellissimi arcobaleni allineati tra loro, messi ancora più in risalto dalla piattaforma rocciosa dominante dalla quale li osserviamo. Che magia, canguri, arcobaleni e grotte, siamo arrivati.

Torniamo in bungalow senza dire una parola, ci aspettavamo un posto bello, ma non eravamo pronti a così tanto, e tutto insieme.

Intanto arriva Chris insieme ad amici: Samantha Barry col suo ragazzo Mark, e altri due compagni, Tilly e Mark.

Si mostrano subito molto gentili, ospitali e supermotivati. Mangiamo cena insieme, fuori c’è vento e fa freddo, il caminetto è acceso al massimo, ci raccontiamo un misto di storie europee e australiane, e alla fine con 8 ore di fuso orario sulla schiena andiamo a dormire.

Primo climbing day in Australia:

Chris e gli amici escono prestissimo per approfittare al Massimo del freddo mattutino, (nel Grampians il clima è molto imprevedibile, cambia rapidamente, a parte il mattino e la sera, durante il giorno le temperature possono stravolgersi, da 6/7 gradi a volte raggiungono i 30), noi li seguiamo; poco dopo altri ragazzi si uniscono, fino a ritrovarci circa in trenta nella grotta che abbiamo visto la sera prima: Hollow Mt. Cave.

La forma è incredibile, è la prima volta che trovo una grotta cosi perfetta e compatta in qualsiasi punto, piena di tacche sottilissime che non si rompono, e permettono di tracciare un’ infinità di linee dure ma possibili su quasi tutta la sua superficie.

Chris si scalda poco, è tutto eccitato mi confida quasi in segreto che la volta precedente era caduto sul traversone all’ultimo passaggio duro, ha gli occhi motivati ed accesi come un bambino, sospende un poco su due ronchie, poi impaziente senza dire una parola parte.

Sale rapido e preciso come un robot, senza la minima esitazione, lo conosce ormai al massimo dettaglio. In pochi secondi arriva al passo chiave, l’ultimo, (dove era caduto la volta precedente), tutto il gruppo rimane in silenzio. Chris deciso lancia al tridito rovescio, punta i piedi in aderenza prende l’ultima pinza svasa sotto il tetto e salta fuori come un grillo dai 25 metri di tetto orizzontale. In cima sulla ronchia finale grida per la gioia e tutto il gruppo con lui, ci è riuscito, la prima ripetizione dopo anni di “Wheel of life”, 8c+, di Day Koyamada.

Emozionato ci svela che è dall’età di 15 anni, quando l’aveva scoperta, che sognava di salire quella linea, così perfetta, logica, che riesce a valorizzare la grotta attraversandola completamente dall’inizio fino a ribaltarsi fuori. Ora a 24 anni ha potuto finalmente vivere la magia di quel desiderio tanto atteso. Siamo tutti molto felici per lui, ha regalato ad ognuno di noi un’ emozione indimenticabile.

Felicissimo incomincia a mostrarci i passaggi più belli, i trucchi per salirli più velocemente e dall’alto della montagna ci indica l’esatta posizione di alcuni settori meritevoli. Yuri carico come una molla scalpita e incomincia a provare tutto, per primo la famosa “American pie”, un pancione-tetto a lanci, poi insieme a noi viene il turno delle tacche di “Beach cave”, “Dead can’t dance”, i bordi piatti di “Rave heart” e la bellissima fila di tacchette sottili e perfette di “Sleepy Hollow”.

La roccia è arenaria, incredibilmente compatta, simile a Rocklands in Sud Africa, ma con una varietà di prese superiore, inoltre r

imane sempre molto asciutta grazie al clima secco. Anche quando piove è talmente dura e compatta che non assorbe l’acqua.

Si scala ovunque su questa enorme montagna interamente rocciosa, ci sono diverse falesie con pareti bellissime, vie spittate e da pr

oteggersi, pannelloni arancioni a buchi. La più famosa e quella centrale chiamata “Taipan wall”, molto grande, circondata da fasce più basse e blocchi alla base. Il vento e la pioggia nel tempo hanno creato forme incredibili con punte e “onde” di roccia molto fantasiose ed interessanti.

Durante gli avvicinamenti è facile incontrare timidi canguri, marroni scuro, alti circa un metro, che curiosi si avvicinano a guardare. Oppure sulle basi rocciose nelle ore più calde possono comparire dal nulla grosse iguane lunghe più di un metro che si mimetizzano perfettamente al suolo, indifferenti all’uomo restano immobili a godersi il sole.

All’interno dei boschi, la vegetazione è particolare, in alcuni punti è molto “ordinata”, ricorda quella dei giardini botanici, non bisogna però mai dimenticare che siamo in Australia, la t

erra con il maggior numero di animali pericolosi al mondo, meglio camminare dove si vedono i piedi. Samantha ci ha avvisati il primo giorno che nei giorni caldi è facilissimo incontrare il “brown snake”, un serpente molto grosso, e un comune ragno nero“tunnel web” che costruisce la sua tana dentro i tronchi degli alberi, entrambi molto pericolosi, assolutamente da evitare.

La roccia è abbastanza abrasiva e la quantità di ore trascorse sui blocchi fanno della nostra pelle spessa un lontano ricordo, ma la voglia di scalare è troppa, qualche giro di nastro, qualche grido di dolore e come cavallette saltiamo da un settore a un altro per cercare di provare e vedere più cose possibili.

Dopo aver visto i blocchi più vicini alla strada (minimo 20 minuti di cammino), convinco i ragazzi a farsi 45 minuti a piedi quasi interamente in salita per andare a “Citadel”, dove, come su un piedistallo si erge il famosissimo macignone perfetto e ricco di linee bellissime, tra cui la famosa “Ammagamma”, uno strapiombo a lanci su buchi e svasi. La forma particolare di questo passaggio l’ha reso noto ed è apparso quasi ovunque nelle riviste.

I settori non sono facilissimi da trovare la prima volta, l’unica preziosissima mappa scaricata da internet non è

del tutto chiara, ma senza quella sarebbe impossibile raggiungerli. La prima parte dei sentieri è molto ben battuta ed indicata, perché sono gli stessi che portano in cima alla montagna e seg

uono il percorso per visitare alcuni disegni degli aborigeni, ma quando si devia nelle piccole e nascoste deviazioni è indispensabile avere delle valide indicazioni dai local. Inoltre quando arriva il sole e cessa il vento una mega caldazza incombe nella zona, centinaia di mosche saltano fuori dalle loro tane per appiccicarsi alla faccia sudata, cosa che in salita, stanchi, dopo 30/40 minuti renderebbe isterico anche un monaco tibetano. “Citadel” è sicuramente uno dei settori più belli ma anche dei più lontani. Arriviamo su devastati, una lentissima perlustrazione ci permette di recuperare un poco, le mosche finalmente vanno via e iniziamo a scalare. La forma del masso è incredibile, il vento e l’acqua hanno dato il meglio creando un’immagine geometrica davvero curiosa.

Si scala quasi su tutti i lati, le prese anche se si tratta dello stesso macigno sono molto diverse tra loro, ognuno di noi trova la propria linea da provare. Foto e video proseguono a ripetizione, io finalmente dopo tanto tempo metto le mani su “Ammagamma”. Immaginavo fosse un blocco speciale ma ora ne ho la conferma, non solo la forma lo rende unico, anche la sequenza di prese perfette completa il cerchio. Stella si devasta sulle micro tacche di “Erotic Penguin extended” insieme a Yuri che alterna i tentativi provando anche il traverso su prese piatte e lontane di “Strammamax”. Nives per non perdersi qualche bel movimento prova tutto quello che trova.

Le nuvole vanno e vengono, le condizioni oggi non sono delle migliori appena arriva il sole non stiamo più attaccati, comunque ne è valsa la pena, ci torneremo sicuramente in una giornata più fredda.

Il clima è decisamente bizzarro: freddo, caldo, nuvolo, soleggiato, vento forte, tutto arriva e cambia in pochi minuti, cosa che ci costringe a portarci abbigliamento per qualsiasi condizione, aumentando notevolmente il peso degli zaini.

Nei giorni successivi arriva inaspettato un vento dal deserto che alza le temperature fino a 35 gradi, (!!??!!) un caldo insopportabile, diventa difficilissimo scalare, inoltre la pelle delle dita cede velocemente. L’unica soluzione diventa quella di sfruttare le preziose ore mattutine, co

sì anche noi iniziamo a copiare i local climbers del campeggio, alzandoci prestissimo, alle 6 già in piedi, rapida colazione per essere pronti e alle 7 operativi al parcheggio dell’area. Torniamo in un settore nuovo chiamato “Project wall”, dove si trova la famosa linea centrale “Mana”: splendida, gialla e marrone su prese verticali scivolose ma nello stesso tempo spacca dita, abbastanza alta con una pedana piatta rocciosa che fa da base. La temperatura è buona, ma i buchi delle dita accumulati nei giorni peggiorano ad ogni tentativo, fino a diventare una lotta contro il tempo. Poco prima che il sole arrivi a toccare i crash-pad, finalmente riesco nel tentativo giusto, tengo l’ultima sbandierata da un verticale liscio ad una tacchetta che continua a respingermi. Finalmente; le mie dita non avrebbero retto un altro giro. Scendo dal blocco e vedo i ragazzi ormai in pieno sole, la temperatura sta aumentando vertiginosamente e le fatidiche centinaia di mosche non hanno tardato neanche un secondo a comparire come dal nulla. Oggi non si scala più, il supercaldo è arrivato.

Settembre e ottobre sono i mesi migliori per venire qui, però l’imprevedibilità del meteo può stravolgere le condizioni, facendoci rimpiangere la prima settimana dove durante tutto il giorno c’era un’aria gelida. I locals ci hanno spiegato che trovandosi tra il deserto e l’oceano le temperature variano molto a seconda della provenienza delle correnti. Nei giorni seguenti scongiuriamo in un po’ di fortuna, ma purtroppo le condizioni non migliorano, così continuiamo con la tattica del mattino presto, verso le 11 torniamo in bungalow, mangiamo qualcosa, ci riprendiamo per poi tor

nare nel tardo pomeriggio, con temperature migliori, godendoci inoltre i magnifici colori del tramonto.

Nei giorni successivi visitiamo altri settori nuovi, tutti rigorosamente lontani dal sole. Per nostra fortuna in maggioranza, sono

molto strapiombanti e l’ombra si mantiene quasi tutto il giorno, consentendoci di provare senza fretta. Il caldo non vuole cessare, ci accompagna ovunque. Il momento più tragico continua a rimanere sui sentieri esposti al sole. Veniamo costantemente invasi da mosche che ci perseguitano,

diventa difficile respirare senza che entrino nelle narici, in bocca e a volte siamo costretti a tenere gli occhi chiusi. Il sottovalutato cappello con la zanzariera

ora acquista il suo reale valore.

Dopo qualche giorno ci abituiamo a queste condizioni climatiche, anche se è facilissimo disidratarsi, diventa infatti indispensabile portarsi almeno 2 litri di acqua a testa. Scaliamo ad oltranza, le linee sono troppo belle per non provarle, ma la pelle non perdona i nostri azzardi, i continui giri di nastro per proteggere e salvare quel poco rimasto non bastano più, 2 o 3 buchi per dito ormai sono troppi,il giorno di riposo diventa

inevitabile.

La mattina seguente sveglia alla stessa ora, cartina alla mano, decidiamo di visitare la costa, molto apprezzata da turisti e surfisti

. Meta stabilita: Portalnd, a circa due ore di macchina da Mt. Zero. Passeggiamo per la città, pulita, ordinata, tanti prati per fare pic-nic e strutture libere per il barbecue (qui hanno la piacevole cultura di mangiare spesso insieme ad amici all’aperto). Andiamo a vedere una baia, dove ormai da anni risiedono due

specie di foche differenti. Approfittiamo della possibilità di raggiungere il posto in pochi minuti via mare, inoltre arrivandoci di fronte si riescono ad ammirare meglio. Il giro a piedi invece dura due ore, e dal punto di osservazione alto, le rocce impediscono di vederle bene. Ci avviamo così verso un piccolo molo che sembra abbandonato, poco dopo arriva un giovane che ci carica sul suo gommone e veloci raggiungiamo la caverna principale sul bordo dell’ acqua dove vivono questi bellissimi e buffi animali, lontani dall’uomo, e non curanti della sua presenza. Sono centinaia di foche libere, che hanno scelto di stare qui, trascorrono le giornate dormendo e prendendo il sole. E’ un’esperienza da non perdere. Alcune si avvicinano a noi incuriosite, nuotandoci intorno al gommone, non appaiono ne spaventate ne tanto meno disturbate. Noi non aspettavamo altro, da vicino sono ancora più belle. Ci spostiamo lungo la costa dove altre famiglie di foche provenienti dalla Nuova Zelanda, di dimensioni più piccole si sono trasferite. I tour dura un’ora, il ragazzo del gommone ci spiega molte cose sulla loro vita, scatta anche lui qualche foto e poi torniamo indietro, allegri come bambini, condividendo le nostre sensazioni. Mentre rientriamo al nostro campeggio inizia a piovere, qualcosa nel clima sta cambiando finalmente.

Il giorno successivo torna il freddo, con entusiasmo si riaccende la stufa. La coppia di pavoni che vivono li, puntualissimi si presentano come ogni mattina davanti alla porta per la colazione a base di cereali, li abbiamo abituati bene, e non possiamo farli aspettare altrimenti ci lascian

o la loro disapprovazione davanti alla porta, (escrementi), e se ne vanno. Ci prepariamo veloci e usciamo motivati, un’arietta frizzante ci accompagna per tutto il sentiero, niente mosche, mente focalizzata sui passaggi. Torniamo nel settore “Citadel”, a riprovare col freddo le linee tentate la volta precedente. Le condizioni sono molto diverse ora, è un giorno buono per

scalare. Continuiamo a spostare crash-pads da un blocco all’altro, i buchi sulle dita ci sono ancora ma la pelle ora è decisamente più dura e conoscendo i movimenti risparmiamo tentativi preziosi. Stella e Yuri risolvono “Erotic penguin extended”, Nives una pancia senza nome a destra del tetto, io finalmente riesco a saltare fuori dalla bellissima “Ammagamma”. Giornata splendida, percorriamo il sentiero del ritorno soddisfatti e con ancora un po’ di energia per fermarsi nel settore “Epsilon wall”, accanto al sentiero, dove Yuri da fine alle sue energie su un bellissimo pannello a 50 gradi con

un lungo lancio a due mani da una tacca perfetta al bordo.

Gli ultimi giorni sono vicini e tutti noi abbiamo ancora nuove linee da provare, sono moltissime qui nel Grampians, il potenziale è molto grande, cerchiamo di risolverne il più possibile, consapevoli che non possiamo salirle tutte, ma questo fa parte di questo magnifico gioco chiama

to “Bouldering”, dove dormi, mangi, vivi per chiudere una linea fantastica, ma poi quando la fai tutto termina, allora istintivamente l’attenzione ricade immediatamente su un’altra per ricominciare tutto di nuovo. Una ruota che gira senza fine, ma che ci mantiene accesi. Torneremo ancora qui, sicuramente, in questa terra meravigliosa, così piena di valori umani, dove la qualità della vita è ancora incredibilmente alta. Alla fine penso sia questo il vero significato dei viaggi. Provare boulder bellissimi sperduti nei deserti è fantastico, ma ogni volta sento che questa è solo una parte di quello che cerco, scoprire “nuove terre” con culture diverse, gente sconosciuta con cui trascorrere giorni insieme mi riempie ogni volta il cuore e lo spirito, è ormai un meccanismo che da quando è iniziato non posso più interrompere. Il mondo è enorme, ma tutte queste immense distanze in realtà ci uniscono, perché la voglia di scoprire e conoscere “il nuovo” è insita in ognuno di noi, e quando questo inizia non possiamo più farne a meno.

Un’altra esperienza fantastica è terminata, sono a casa ora, davanti al computer per cercare di descrivervi quest

o viaggio, in questa terra immensa e bellissima, l’emozioni che abbiamo vissuto con la natura, durante la scal

ata e il rapporto sempre cordiale con i local dei

posti, anche non scalatori, il contatto continuo con animali sempre diversi, alcuni pericolosi, le montagne che escono da queste pianure immense, le

strade lunghe e infinite, le città sempre pulite e ordinate, silenziose, abitate da persone civili che pur non conoscendoci scherzavano volentieri con noi, ci sorridevano ai supermercati, sempre fieri dei loro luoghi e felici di raccontarci le loro storie di vita, rispettando al massimo il posto incui vivono. Tutto questo è facile da ricordare ma difficile da descrivere, però posso riassumerlo in una parola sola: Australia.

Informazioni utili:

- Attenzione perché il clima cambia molto rapidamente, con forti sbalzi termici, portarsi da vestire.

- Nel Grampians assolutamente da evitare (la loro) estate, che inizia a novembre e termina a marzo. Le stagioni sono invertite.

- La città più vicina è Horsham, (25 minuti di auto), è provvista di tutto, ci sono Motel ovunque. A 6 km. c’è un campeggio per t

ende e camper, altrimenti a 4 km. c’è la possibilità di affittare dei bungalow per 4/6 persone.

- Il costo della vita è più caro di quello che si pensa, l’euro è vantaggioso però la benzina e il cibo rimangono cari.

- Tutti i settori dell’area si raggiungono dai 20 ai 50 minuti.

- Portarsi minimo 3 crash-pads.

- Da poco esiste una guida ufficiale dettagliata sui blocchi.

guardare su: www.grampiansbouldering.com

- E’ possibile scalare anche con la corda, il Taipan wall offre vie molto belle, alcune da proteggersi e molte spittate. (Esiste la guida)

- Il parco offre molti disegni degli aborigeni sulle rocce, raggiungibili facilmente a piedi seguendo evidenti indicazioni.

- Fare sempre attenzione dove si cammina, scegliere posti aperti, soprattutto se fa caldo.

- Attenzione durante la guida è facile scontrare contro canguri che attraversano la strada, soprattutto quando fa buio.

- Portarsi tante creme rigeneranti per la pelle delle dita.

- In Australia hanno problemi con il buco d’ozono, quindi portarsi delle creme anche per viso e corpo.

- Bere molto spesso, non sembra ma ci si disidrata facilmente.

Roccia: Arenaria super compatta, con tutti gli stili e tipi di prese differenti. Scalata in prevalenza molto atletica.